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Pietro Maria Toesca: Comunicazione e relazione

Comunicazione e relazione

prof. Pietro M. Toesca

C’è un termine caratteristico del linguaggio sociologico e semiologico odierno che attiene esattamente alle riflessioni fatte finora a proposito della città, e vi porta qualche illuminazione decisiva. E la parola «comunicazione», cui si è già fatto cenno sopra.

La ragione, cioè il significato che giustifica l’esistenza di ogni parola, è sempre duplice: per un lato è il suo significato preciso, non espresso da nessun’altra parola; per l’altro è il suo rimando complesso, più o meno esplicito ed esplicitabile, alle altre parole, ciò che fa sì che ciascuna lingua sia un sistema interrelativo e in qualche modo compatto di parole e quindi di significati.

La parola «comunicazione» esalta particolarmente questo secondo aspetto, in quanto significa «rapporto mediato da segni, o da simboli, o da significati», per cui è nella sua stessa precisione semantica che si segnala la complessità, cioè il riferimento al sistema dei segni. Cosicché i problemi della comunicazione sono sempre duplici, cioè riguardano inestricabilmente il rapporto e i particolari strumenti di esso.
Si può dire che sono i problemi di un rapporto a tre, i due soggetti comunicanti e il mezzo della loro comunicazione (si pensi, tanto per fare un esempio, al rapporto tra intenzione comunicativa e conoscenza adeguata o meno di una lingua: ed è il problema dell’equivoco; o si pensi alla bugia, o all’inganno, due modi di usare lo strumento in modo rovesciato).
Questa complessità costitutiva della comunicazione fa sì che essa rappresenti l’aspetto dinamico del rapporto umano, ciò per cui la relazione tende a configurarsi in modo sempre più caratteristico per l’uomo, assumendosi il più possibile del rapporto al livello dei segni.

La comunicazione è dunque la cultura come sistema storico dei segni significanti.
E la pedagogia è quell’insieme di teorie e di operazioni grazie a cui la cultura promuove realmente, di generazione in generazione, la trasformazione del rapporto di ogni singolo con la realtà (naturale ed umana,) in comunicazione consapevole e intenzionale; mentre l’arte è l’operazione grazie alla quale lo stesso contesto fisico, spaziale e misurabile temporalmente – dall’architettura alla musica – diventa mondo segnaletico. Ma in questa complessità strutturale della comunicazione c’è pure una contraddizione che il mondo moderno ha paradossalmente portato all’estremo.

La comunicazione, mentre sottrae il rapporto all’immediatezza caduca e lampeggiante dell’incontro-scontro fisico, tende ad oggettivare tutti i tramiti della relazione, ordinandoli appunto in un sistema, o in una serie di sistemi, che negano l’origine e il valore del loro sorgere, cioè i soggetti, in vista del cui rapporto la comunicazione vale.
Il sistema dei segni tende dunque a darsi come assoluto, indipendentemente dal loro valore espressivo, cioè dalla loro strumentalità reale.

Questo eccesso «idealistico» può essere scongiurato soltanto dal controllo che il soggetto (che parla ed ascolta, guarda e vede) può esercitare sul rapporto espressione-comunicazione, mediante una riflessione concreta (che un tempo si definiva come filosofia), cioè come riflessione critica su un oggetto non mai distaccato interamente dal «suo» soggetto, cioè da quella realtà «attiva» rispetto alla quale ogni altra realtà è oggettiva in quanto le si trova dinanzi, in prospettiva, udita, vista, e così via.

Questa riflessione critica è la comunicazione per eccellenza, poiché il suo scopo e quindi la sua definizione caratteristica è l’«umanizzazione dei soggetti», la tendenza a far sì che i soggetti prendano coscienza di sé e su questa base stabiliscano i loro reciproci rapporti. Ma per questo la riflessione critica è il correttivo della tendenza oggettivistica della comunicazione, poiché induce a considerare il sistema dei segni nella loro strumentalità, cioè in quell’aspetto dialettico per cui sono essi a trasformare la relazione in comunicazione, cioè in caratteristico rapporto umano; ma è viceversa la relazione reale lo scopo primario della comunicazione, i segni essendo provocatori della fruizione dei significati.

Questa reciprocità dinamica tra comunicazione e relazione, ovvero tra segni e significati, è ben esemplificata dal rapporto tra amore e sesso.

Il mondo umano è dunque mondo degli uomini che comunicano, che cioè sono in relazione reciproca – in interrelazione – tra di loro soprattutto attraverso segni. Ma c’è un altro, corrispondentemente rovesciato, rovesciamento tra comunicazione e relazione, che di nuovo il mondo moderno (che è il mondo felice-infelice dell’esagerazione) ha provveduto ad esasperare, grazie all’enfasi dei suoi mezzi di comunicazione (cosiddetti di massa).

Si tratta di quella prospettiva – che in pratica si chiama violenza – per la quale l’uomo tende a trasformare tutto in relazione, servendosi dei segni soltanto per organizzare il rapporto come acquisizione, conquista, imposizione fisica, omogeneizzazione spazio-temporale.

La finzione e il gioco (i modi rituali che addirittura gli etologi riconoscono nei rapporti tra gli individui e i gruppi delle specie animali più evolute) vengono abbandonati, smentiti, e «tutto viene preso sul serio».

Il teatro è sostituito dall’esibizione spettacolare, il cui scopo dichiarato è la conquista, la realizzazione della dipendenza!

scritti del
prof. Pietro M. Toesca
tratti dal libro:
Manuale per fondare una città
ed. eléuthera
Milano – Italy

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Pietro Maria Toesca – La funzione della cultura: il «come se»

La funzione della cultura: il «come se»

prof. Pietro M. Toesca

In realtà questo aspetto utopico non è altro che la capacità critica della cultura, la sua possibilità di fare «come se» nulla esistesse; capacità che peraltro richiede una straordinaria esperienza di indagine che soltanto la partecipazione alla realtà costituita può offrire: la fondazione non è l’inizio puro, ma il ricominciamento, e l’età dell’oro è piuttosto la splendida età aurea del sapere critico, del sapere che, prendendo le distanze dalla realtà vigente, si pone liberamente, come libertà, dinanzi al problema del giudizio dialettico, che confronta ciò che è con ciò che deve essere, e con ciò che può essere.

La libertà della cultura non è indipendente dalla libertà in generale: in una città in cui la ricchezza è, per sua natura, anche lo strumento del ricatto con la minaccia della povertà intesa come miseria, la libertà è relativa all’autosufficienza, e questa si misura in funzione dei limiti posti al desiderio.

L’intellettuale libero può salvare la propria libertà e l’altrui solo battendosi per questi limiti, perché la società sia fondata su di essi, e i due estremi della povertà e della ricchezza non impediscano ai più di porsi liberamente di fronte ai problemi della propria realizzazione.
La povertà e la ricchezza sono gli avversari della libertà; essi sono dei dati oggettivi (l’impossibilità di soddisfare i bisogni essenziali; la possibilità di soddisfare e di moltiplicare all’infinito i bisogni secondari); ma sono anche delle prospettive soggettive (tra la povertà e la ricchezza sta tutto lo spazio dei bisogni essenziali e della loro valutazione).

L’intellettuale è sempre sul discrimine della libertà, nel senso che egli non può agire se non è libero dal bisogno nel modo più radicale e completo, cioè duplice: libero dalla povertà e libero dalla ricchezza, non ricattabile da questa, non paralizzabile da quella.
Ma ciò può accadere davvero soltanto in una società a sua volta libera, e compito dell’intellettuale è elaborare e comunicare il criterio di questa libertà.
In questo senso il compito supremo dell’intellettuale è quello di fondare la città, cioè di lavorare per la costruzione di una città libera, definendo lo spazio dell’economia come relativo ai bisogni essenziali e attribuendo alla politica il compito di organizzarne la giusta soddisfazione per tutti.

Quando si dice che la caratteristica della fondazione definisce la città autentica, si fa riferimento a questa dialettica permanente tra la misura oggettiva dei bisogni soddisfatti e la misura soggettiva della valutazione della loro essenzialità: questa dialettica è storica, dunque mai definitiva, e in questo consiste la mediazione permanente che la cultura ha da compiere nei confronti della politica.

La città fondabile è quella in cui la cultura può compiere e compie questa funzione mediatrice, nel senso di garantire essa, problematicamente, l’equilibrio tra il desiderio e il valore.

Città impossibile (nel senso di assurda, che tende continuamente all’ingiustizia, all’illibertà, alla divisione) è tanto quella in cui questo limite è affidato allo svolgimento apparentemente oggettivo delle possibilità – e di fatto alla discriminazione compiuta dai ricchi nei confronti dei poveri mediante il controllo esclusivo della produzione dei beni, elementari e non – quanto quella in cui questo limite è posto dall’esterno, non problematicamente, come limite a tutti – i bisogni, quelli elementari e quelli essenziali, identificati come richieste puramente economiche e non già liberatorie di bisogni universali costitutivi appunto dell’uomo: il bisogno di esprimersi, di inventare, di identificarsi, di rappresentare, di conoscere e così via.

Platone nella Repubblica descrive questa mostruosa composizione di società ad un tempo capitalistica e dittatoriale, e la storia moderna, quella attuale in particolare, ne dà esempi lussureggianti e straordinariamente elaborati.
A quanto ne sappiamo, e pur senza avventurarci in confronti difficili e tutti poi da verificare, possiamo con qualche approssimazione stabilire, da questo punto di vista, una differenza tra la natura, in particolare gli animali, e l’uomo.

Ciò che avviene nei raggruppamenti sociali delle varie specie, e delle specie tra di loro, e che è guidato dall’istinto, ovvero da una serie di regole che agiscono secondo percorsi definiti, senza mediazioni «storiche» almeno percepibili a breve termine, nell’uomo dipende da un insieme di reazioni e controreazioni in cui è impegnato sempre, a qualche livello, il fattore individuale, l’intelligenza, la volontà e il sentimento, nei cui confronti le leggi oggettive del comportamento sono condizioni e non meccanismi assoluti.
C’è allora un criterio che permette di escludere dal novero delle società «umane», cioè «adatte» all’uomo (per usare un linguaggio socratico), tutte quelle organizzazioni in cui non si tende specificamente ad assumere l’individualità come filtro reale del valore (sociale e umano).
Il criterio si riferisce alla dialettica soggetto-oggetto, cioè a quell’equilibrio dinamico che storicamente deve rinnovarsi in continuazione, per il succedersi delle generazioni, tra le misure della percezione teorica da parte di ciascun soggetto e le misure della disponibilità pratica dei beni oggettivi usabili.

Solo una società in cui i beni, e gli strumenti per produrli, sono assumibili in concetti di valore la cui composizione comprende l’uomo individuale, e non la specie umana nel suo generico e astratto insieme, come soggetto di riferimento, può a tutti gli effetti – e non solo a quelli di una definizione elencatoria che vale più per misurare il progresso che la felicità – dirsi umanamente adeguata.
Questo non significa che i valori da assumere volta a volta siano quelli ritenuti tali da tutti (o, in difetto, dalla maggioranza): sarebbe ancora una volta, e nel peggiore dei modi, l’attribuzione della forza discriminante ad un fatto oggettivo, oltretutto manipolabile in percorsi consensuali, la cui garanzia sarebbe tutt’al più della specie efficientistica. (La storia è l’incredibile casistica del continuo, rinnovato deterioramento della democrazia in dittatura).
Significa che i valori da identificare sono quelli che includono esplicitamente la fruibilità effettiva da parte di tutti, cioè di ciascuno, senza le esclusioni non fattuali ma di principio che ogni definizione di valore puramente oggettivistica porta con sé.

In altri termini il valore sociale è misurabile in funzione dell’intelligenza, della volontà partecipativa, dei sentimenti di identificazione reciproca che esso attiva.

Non sono dunque le idee – particolari o universali, economiche o ideali – a qualificare il significato di un ordinamento sociale: ma la consapevolezza e l’intenzione dei soci di realizzare, attraverso il loro rapporto reciproco e con le cose, un percorso valido per tutti, apportatore di felicità ed esorcizzatore della sofferenza, per quanto di volta in volta e di luogo in luogo sia possibile.

Il valore sociale supremo è dunque la solidarietà, come attiva convivenza di individui reali concreti. In questa prospettiva può valere il principio del tutto a tutti subito; nel senso che il tempo di fruizione è relativo alla vita reale di ciascuno e non a quella ipotetica futura; lo spazio è quello dell’esercizio possibile della presenza di ognuno; e la quantità è il risultato dialettico di una tensione (per ciascuno diversa a seconda del suo grado di maturazione personale e della sua configurazione reale) tra l’infinità dei rapporti conoscitivi da instaurare e le condizioni soggettive, in parte economiche in parte mentali, di cui essere in possesso per goderne.

Un esempio banale ma significativo riguarda il viaggio.
Tra il mettere in grado l’uomo di andare sulla luna e il mettere tutti gli uomini in grado di andare dappertutto sulla terra c’è un abisso discriminante: il primo progetto non è fruibile, in tempi brevi, da tutti, e in tempi lunghi è insensato e ben poco appetibile; il secondo può esserlo, se pur relativamente.
(Questa relatività riguarda il concetto di «dappertutto», che è tale solo se si salva la differenza dei luoghi tra di loro, e quindi si controlla continuamente l’attrezzatura grazie alla quale questa possibilità di dislocazione diventa reale, attrezzatura che è di per sé, almeno tendenzialmente, omogeneizzante, per cui il dappertutto diventa un unico luogo nei cui confronti è assolutamente inutile spostarsi. E’ un caso del troppo vigore sopra indicato, di ribaltamento su di sé degli strumenti di percezione-trasformazione della realtà. L’universale rischia di abolire il viaggio, cioè il suo significato, che è quello di andare in un altro, diverso, luogo).

scritti del
prof. Pietro M. Toesca
tratti dal libro:
Manuale per fondare una città
ed. eléuthera
Milano – Italy

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Opinioni: ENERGIA A.A.A.

La mia prima pubblicazione, datata 1973, è stata un articoletto intitolato “Il computer per i frigoriferi” in cui, già anziano con regolo calcolatore a scala logaritmica sulla scrivania e nella giacca, riconoscevo il valido ausilio delle apparecchiature elettroniche (primordiali, a quel tempo) per la selezione veloce dei gruppi refrigeratori.
Ormai succede soprattutto il contrario, gli ambienti condizionati assicurano standard ottimali nella produzione componentistica e nella gestione degli elaboratori.

L’Energia deve essere Amica, può considerarsi Ambientale, vuole tenersi Aggiornata: una tripla A come Attenzione!
Infatti le tante “storie di ordinario spreco energetico”, luci dimenticate, elettrodomestici a scarso rendimento, climatizzazione oltre i limiti logici e salubri, ecc., testimoniano l’incuria dell’umanità (quella più ricca, anche di cultura!) verso le proprie risorse e necessità.
Non è inimicizia, ma disattenzione, tanto è vero che si pauperizza privatamente (figuriamoci per le cose pubbliche!) l’energia, non conoscendone bene il valore intrinseco.
Tipica è l’Italia a debole indirizzo scientifico – tecnico dell’istruzione e con tariffe elettriche relativamente basse, rispetto ad altri beni di consumo.

Le risorse sono nell’ambiente, basta coglierle e bruciarle: carbone, petrolio, metano (e purtroppo legno nei paesi poveri) disponibili da sempre nel pianeta sino all’eternità (si fa per dire…).
Ma siamo sicuri che non stiamo provocando fuor di misura l’ecosistema che ci ospita, le cui leggi fisiche non sono emendabili dall’uomo?
Anzi la natura ha i propri capricci irrefrenabili, vulcanismo, terremoti, uragani, ed a maggior ragione non tollera le incaute offese dell’industrializzazione.

A parte i costi crescenti per l’estrazione dei combustibili in profondità e per il trasporto su lunghe distanze, è in agguato il pericolo del danno ambientale, e l’inquinamento in particolare delle coste lascia ferite gravi e durature.
Costante e progressivo è invece l’accumulo di sostanze lesive dell’atmosfera, negli strati alti con il buco dell’ozono e l’effetto serra, riverberati negativamente sulla salute umana.

In attesa dell’araba fenice del “nucleare pulito” potenziamo quella già presente e continua delle “fonti rinnovabili”: sole, vento, maree.
La bolletta sarebbe gratuita, o quasi; peccato l’eccessivo costo di trasformazione utilizzabile di energie tanto connaturate e poco tangibili, almeno all’attuale “stato dell’arte”.
La terza aggettivazione energetica è la novità, non necessariamente la scoperta bensì l’applicabilità tecnologica e la fattibilità economica: occorre cioè aggiornarsi, concettualmente e pragmaticamente, in casa propria ed altrui.
Nel settore elettrico ed idrico abbiamo meno da imparare, di più in quello dei motori e delle turbine, nonché seguire meglio le realizzazioni estere nel campo termofrigorifero, senza ovviamente copiare acriticamente certe distorsioni: come la ridotta temperatura nella climatizzazione estiva, nemica della fisiologia (specie mediterranea) e del risparmio (anche economico).

Per contro un’energia aggiornata è l’accumulo, soltanto per utenze di spettacolo e simili, non sotto il profilo termodinamico ma tariffario (notturno), e poi soprattutto l’autoproduzione/cogenerazione/ conversione.
Macchine motrici di alternatori, con la coproduzione termica usata in loco assieme alla refrigerazione da essa derivata con gruppi ad assorbimento per raffreddare l’aria: il recupero di calore dai fumi è un favore anche all’ambiente.
Sono sistemi più complessi, dal progetto alla gestione, idonei per industrie, ospedali, municipalita`, comunque utenti importanti che s’avvalgono di brevi ammortamenti e lunghi vantaggi di bilancio.

Questo è il mio primo scritto “informatico” volutamente minimale per far correre un messaggio semplice agli “spreconi di energia” consapevoli e non: acculturazione affinché non si passi prossimamente dall’Attenzione all’Allarme!

[Emilio Giuliano Bacigalupo: 20 giugno 1996]

 

“Energia A.A.A.” all rights reserved – 20 giugno 1996
Copyright from 1996 to tomorrow – Emilio Giuliano Bacigalupo

 

Questo articolo è parte di un trittico insieme a:

Opinioni: Energia N.N.N.

Opinioni: Energia P.P.P

 

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Pietro Maria Toesca: Il diritto di fare la storia

Il diritto di fare la storia

prof. Pietro M. Toesca

Se il concetto di valore include dunque il doppio riferimento, a tutta la realtà e a ciascun uomo preso nella sua interezza possibile, società umana sarà quella che mette in opera ogni espediente affinché la felicità come assunzione personale di tutta la realtà da parte di ciascun uomo avvenga il più possibile, e ciascun uomo possa riprodurre in sé tutto ciò che si presenta come costitutivo del mondo oggettivo, e viceversa questo mondo riceva da ciascun uomo una traccia della sua presenza trasformatrice, elaboratrice, ordinatrice.

Questo è il diritto a fare la storia che costituisce ciascun uomo come soggetto attivo reale: ma questo diritto impone alla storia misure di accessibilità ben precise, quelle dello spazio e del tempo oggettivi non travalicanti le possibilità di percezione, di movimento reale, e di contemporaneità dell’uomo inteso come singolo individuo concreto.
Non si tratta di ridurre la felicità futura o la felicità di tutti alla fruizione particolare e immediata dell’individuo, ma di concepirle, esse stesse, come reali e realmente pensabili e operabili solo se il soggetto reale di esse sia il singolo; cioè l’uomo nella sua singolarità, moltiplicabile all’infinito ma sempre come riproduzione di un originale le cui copie sono, ciascuna, altrettanto inconfondibili poiché l’elemento caratteristico da riprodurre, ovvero da moltiplicare, è appunto, per la natura propria dell’uomo, l’originalità.

La reciprocità tra l’essere e il fare tutto questo – che è così difficile da teorizzare perché la tendenza della teoria è quella di assumere nell’universalità della forma, cioè del modo di considerare, i modi di ogni contenuto considerato, cioè la realtà cui attribuire le norme definite come valori costitutivi della partecipazione di ogni cosa alla realtà – è con semplicità vissuto nelle forme di società in qualche modo «naturali», dove cioè l’insieme risulta concretamente e tangibilmente dall’esistenza e dalla compresenza delle parti.

La città fondabile e da fondare è lo sbocco di questa esperienza «naturale», grazie ad un’elaborazione necessaria ad eliminare il rischio di chiusura bigotta e razzista «al di qua dell’universale», caratteristico di tutte quelle società che hanno trasformato l’esistenza in puro fatto, attribuendo ad esso ogni valore senza problematizzarne assolutamente il rapporto con ciò che fa sì che l’individuo umano sia tale, non pura parte di una specie, ma portatore delle caratteristiche specifiche al livello di una capacità sintetica attiva e non solo ricevuta.

L’uomo è quell’individuo che è capace di farsi uomo, la cui caratteristica consiste cioè nella reciprocità tra il suo proprio essere e il suo fare.
Questa caratteristica «contamina» in certo modo tutto ciò che riguarda l’uomo, e dunque anche la città come luogo ordinato del suo risiedere nello spazio insieme agli altri uomini.

La netta e rigorosa separazione odierna tra privato e pubblico – che deriva, da un lato, dalla enfatizzazione dello Stato e delle sue funzioni e, dall’altro, dall’ampliamento spropositato, tendenzialmente planetario, della connessione di ogni procedimento che, perciò, dipende da un sistema di mediazioni sempre meno disponibile al singolo – restringe però la possibilità, e quindi la stessa intenzione, e il gusto, di organizzarsi la presenza fisica nel mondo da parte del singolo, agli ambiti immediati, non correlativi, della propria figura: casa e vestiario possono portare il segno, l’addobbo, della persona che li abita.
Tutto il resto non gli appartiene, e dipende appunto dalle logiche dell’interconnessione politica e tecnologica.

Il problema della fondazione della città deve dunque oggi fare i conti con questa separazione-riduzione. Ma per questa ragione storica esso ha con sé tutti gli elementi per riproporne il significato e valutarne la necessità: può l’uomo rinunziare alle misure del proprio porsi direttamente nel mondo, prima di tutto nello spazio e nel tempo, a favore di una elaborazione di strumenti che ponendo condizioni assolutamente diverse, cioè tutte indirette, a questo rapporto tende a modificare la natura stessa dell’uomo, cioè il rapporto costitutivo tra spirito e corpo, cultura ed economia, pensiero e spazio-temporalità?

 

scritti del
prof. Pietro M. Toesca
tratti dal libro:
Manuale per fondare una città
ed. eléuthera
Milano – Italy

 

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Pietro Maria Toesca: Chi fonda la città

Chi fonda la città

prof. Pietro M. Toesca

Nella Repubblica di Platone, Socrate attribuisce alla poesia la capacità di fondare la città (con mille riserve e misure critiche nei confronti della poesia qual è gestita dagli intellettuali d’ufficio: contro questi bisogna farsi poeti, inventando miti veri e veramente significativi).

Poesia vuol dire mito radicale, possibilità di porsi di fronte al problema in termini universali, cioè affrontando nel loro insieme, e quindi nel loro rapporto reciproco e con l’uomo di cui sono attinenze, i problemi della giustizia, dell’economia, della cultura e della felicità.
Solo ponendosi in questa prospettiva di giudizio si può fondare una città, cioè porne il problema di valore per l’uomo che ci deve vivere e trarne contesto per la propria realizzazione. Ma ad un tempo questa universalità non può essere uno schema, bensì uno strumento per identificare i percorsi attraverso i quali l’uomo concreto, il singolo uomo, realizza i valori che la costituiscono, e dunque si pone in grado di parteciparne.

La misura reciproca di giustizia, economia, cultura e felicità, non può avere che due coefficienti opposti, grazie a cui la città costruita o riguarda quell’uomo concreto oppure un’altra realtà in cui quella concretezza diventa parte; e, perdendo egli la sua vera e propria capacità sintetica, fa ricostruire la propria realtà (che dunque se è isolata diventa astratta) da un insieme dominante che vive, gode e crea al suo posto, a suo nome, e grazie al suo contributo parziale e alla sua acquiescenza delegante.

Due umanità, due città.

Soltanto quella dell’uomo concreto è veramente «fondabile», nel senso che l’uomo stesso concreto se ne può porre il problema sia mentalmente, come problema culturale, sia fisicamente, come problema economico.

La città dominante è la città non fondata né fondabile, ma funzionante per conto proprio, secondo regole rigorose rispetto a cui ogni tentativo di problematizzazione non puramente metodologica rappresenta un insopportabile interrompimento di sviluppo, cosicché la qualifica di cittadino può essere correttamente attribuita soltanto a chi accetti un ruolo di difesa di essa, o fisico o intellettuale che sia; e nella difesa è ovviamente compresa l’espansione, non soltanto territoriale, ma economica in generale e dunque pure di accumulo di informazioni utili ed utilizzabili.

La città fondabile è invece la città che può considerare propria caratteristica permanente quella di fondarsi, di essere fondata dai propri cittadini; la città in cui il rapporto tra politica ed amministrazione è un vero rapporto dialettico, dinamico, nel senso che i beni posseduti non costituiscono un criterio ma uno strumento, e il senso del loro uso non sta né nella loro conservazione né nel loro accrescimento, ma nella loro possibilità di essere trasformati, da beni di consumo, in strumenti per l’esercizio delle capacità inventive umane, espressione e fruizione estetica comprese.

La città in cui la politica si identifica a tutti gli effetti con l’amministrazione conservatrice e promozionale dei beni di consumo, non può essere fondata, ma per sua stessa definizione soltanto fatta funzionare; in essa gli intellettuali hanno il compito, vario e lussureggiante, ma sempre precisamente incluso, di identificare, descrivere e illustrare anche celebrandoli – i metodi adatti appunto a quel funzionamento.

Per questo la fondazione di una città è utopica, ed è rimandata all’età dell’oro in quel Paradiso perduto in cui tutto sarebbe stato possibile poiché nulla esisteva.

scritti del
prof. Pietro M. Toesca
tratti dal libro:
Manuale per fondare una città
ed. eléuthera
Milano – Italy

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Perché?

Perché?

E’ una domanda che attanaglia l’Uomo dalla notte dei tempi.

Dal 1996, noi di See, abbiamo iniziato a studiare le modifiche delle modalità di apprendimento umano causate dal’introduzione delle tecnologie multimediali. All’epoca eravamo dei pionieri nel settore delle “nuove tecnologie” rappresentate da internet e dal nascente linguaggio “html”, acronimo di Hyper Text Markup Language, linguaggio di markup utilizzato per la creazione di documenti destinati al web.

Ideammo il Progetto di Comunicazione Globale di See.it e tale progetto è cresciuto e vissuto nel corso degli anni fino ai giorni nostri. Queste stesse pagine ne fanno parte solo che adesso il nome è leggermente cambiato in quanto un paio di anni fa abbiamo venduto il nostro primo dominio (ora ne abbiamo diverse decine) www.see.it ad un network televisivo americano segno tangibile della bontà dell’intuizione che ci spinse a registrarne il nome. Adesso è il Progetto di Comunicazione Globale di See IT, dove IT rappresenta sia Information Technology sia la Sigla dell’Italia. Un infinitesimo “dot” di differenza, ma che ha un valore incommensurabile per i nostri sforzi.

Qui abbiamo deciso di rivisitare e ripubblicare molto del materiale che in questo oltre vent’anni di storia è stato creato in questo contesto, nella speranza di un sempre rinnovato interesse da parte di tutti voi che ci dedicate attenzione e impiegate il vostro tempo nei nostri Liberi Domini.

Buon tutto, in particolare ai più giovani.

Lo Staff di See

 

 

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